Che poi che guarderai, in quella foto.

Demente. Nel senso latino del termine. Che, per quanto mi ricordi, con una spolverata d’intellettualoidità, sta tipo per privo di mente, cervello, appunto d’intelletto.
Che, alla fine, sacrosanta testa del cazzo (abbreviata in seguito in TdC), è quel che penso di te.
Con la rabbia di chi si sente truffato da un bluff in un poker tra amici, tra i fumi del bere (presenti tuttora), me lo sento di dirtelo, ora per scritto come prima a voce: demente.
Non hai avuto niente di meglio da fare che uscire di scena così, alla maniera di chi deve per forza fare il cazzone, ma non per spirito, più per voler far vedere che c’è. Con la sicumera di chi cala il tre, preparandosi a farselo mangiare dall’asso, ma con la recondita (e a tratti malposta) speranza, che quell’asso di merda non caschi sul tavolo, tra cenere e madonne, e sia sepolto nel mazzo, di riserva per le mani successive.
Sepolto, anche se dicono t’abbian cremato, come te.

Sepolto, perché oggi, una volta di più, ho fatto i conti con la mia personale vigliaccheria mascherata da astio per la chiesa. Mi sono pocciato (puppato: ho tollerato tutta) la strada verso il tuo paese (o giù di lì), con tutto il carico psicologico del caso, ma ho, dorandopietranamente, mollato sul più bello. A piazza piena, bestia regaz, sono andato giù, lasciando ad altri l’onere di entrare in chiesa.
Ho abbandonato, cara TdC, agli ultimi dieci metri: mi son fermato al carro funebre, munito di regolare crocifisso aereodinamico sul tettuccio, a guardar la tua foto esposta in bella posa sul finestrino del sedile dietro. Ché è un dietro brutto, quantomeno definitivo, parlando di carri funebri. Mi son fermato e perso, ché quella foto è talmente brutta che fa il giro e torna bella, e non per merito tuo. Che poi che guarderai, in quella foto.
Oltretutto ho scoperto che, con un telecomando, nei carri funebri d’oggi (sui quali scatarrerei su, non facesse brutto) fai tutto: ritiri carrelli, chiudi bagagliai et alia.
Sarebbe ganzissimo, sacrosanta TdC, partire adesso con un’iperbole hipsteriana sui telecomandi ad uso e consumo di chi vorrebbe spengere emozioni e quant’altro ma, nel conservare un certo livello, eviterò.
Mi son perso nella tua foto, dicevo, e tant’è: ho temporeggiato, lacrimato, aspettato, girato per il bar. Ho elaborato il lutto (che poi, lutto) alla maniera dei beoni di bassa lega, tra grappe, insulti, ricordi, lacrime, risate e bestemmie. A non più di cento metri da dove stavi sdraiato.

Ho sbagliato sapendo di farlo, un po’ come quando te, sacrosanta TdC che non sei mai stata altro, ti mettevi un piano sotto chunque altro, di qualsiasi cosa si parlasse. E, te l’ho già detto, bisogna esser proprio TdC per pensare d’essere inabili in tuttoe per tutto, elevando tutti quelli che ti circondano, spesso ingiustamente.
Ma ti dico cose che già sai, caro portatore sano di tatuaggi brutti. Con l’alibi di una sigaretta (o paglione, come lo chiamavi tu, caro il mio Jack Frusciante fuori tempo massimo), ti prendevi tutto il tempo di dire che quello era bravo, quell’altro un fenomeno: te. inevitabilmente, eri sempre l’inabile del mazzo.

E col cazzo che voglio farti cambiare idea, soprattutto oggi che m’hai voluto far vedere quanto sia inabile io e non tu. Io, che ho provato a fare il giullare fino in fondo, cara TdC: ho preferito brindare e bere che parlare, piangere e pregare: soprattutto con quest’ultima opzione sarei stato poco credibile. Ho dato anche dei validissimi euro per un progetto alla memoria, tua, presso la tua università: bello eh, ma son convinto che avresti preferito vederli spendere altrimenti. Tipo in grappe, come oggi, o birre, o tabacco, o in altri palliativi similari, financo l’inchiostro mal posto.
Nel pieno della vigliaccheria (ma che ci sarà voluto a entrare in chiesa: lo sai te? Io no), mi son riavuto come Busacca, con un’illuminazione. Questa.
Eri -e sei- una testa di cazzo, consapevole d’esserlo. Quindi non del tutto: da che mondo è mondo, il saper d’esser ignoranti ci dequalifica come tali. Così, il tuo saper d’essere una TdC, alleviava il tuo esser tale. E, alla zitta, umile e in silenzio come tu e pochi eletti sanno e sapevan fare, c’hai insegnato un valore prezioso.

Me l’ha fatto notare uno che lavora con noi. Te eri -e sei- la personificazione di quella stracazzo di poesia di Kipling, ora buona giusto per i meme da 50enni su facebook. E non sapevi d’esser tale, che sai una sega te (e io) chi è Kipling. Lui lì, coso, che disse al figliolo di non scapeare nel caso tutti scapeassero. Di non perdere il capo, insomma. Ecco. Te quello facevi -e fai- (il seguente paragrafo andrà in onda solo per quelli del settore, ma se v’impegnate, c’arrivater anche voi normodotati): arriva un brief? Un rework? Una merda di rara fattura alle 18 del venerdì? Qualcosa di similare comunque assimilabile con la merda di cui sopra? Ecco. La tua risposta era sticazzi, senza la pomposa volgarità del fallo maschile esposto come sopra. Usciamo, fumiamo un paglione, se è il tocco o il tocco e mezzo, si mangia da Pepe (comunque seduti, dunque con calma) e vediamo.
Spalle larghe e unte, tanto larghe e tanto unte da farsi sdrucciolare tutto addosso, ché tanto c’è sempre di peggio e di meglio, oltre engagement, reach, post e cta. E adesso che te ne sei voluto andare goffamente, noi, dovremmo resistere, dovremmo insistere, come canta il tuo adorato Silvestri, soprattuto starcene ancora su, se fosse possibile.

Caro il mio Martin Luther King del fancazzismo umile, se proprio mi devo ricordare di te (e vorrei, non vorrei, ma se vuoi) sarà che mi ricorderò: non solo i tatuaggi di merda, il naso grosso, i vestiti mal abbinati (io te lo devo dire, io, che con verguenza ho anche roba di PIAZZAITALIA e c’è chi me lo fa guasconamente pesare?), non solo che non sapessi spadellare due spaghetti pur figlio di gastronomica stirpe, non solo tutto ciò (che mi par già molto); mi ricorderò del lodevole piano inclinato che formavan le tue spalle da pallanuotista dilettante, tanto inclinato da permetterti di farti scivolare addosso leggerezze come le preoccupazioni lavorative.

Però non ora. Cioè, non me ne ricorderò ora, non subito. Magari, nella tua personale mensola che ho nella mia testa dura e annebbiata, la metto accanto alla prima frase che mi hai detto quando siamo entrati in agenzia. Saggia. pragmatica, lapidaria: “qua dentro c’è un bel po’ di fighini”. Tra i tuoi difetti, le tue puttanate, le tue battue che non facevan ridere, o forse sì. Magari ma non ora.

Adesso me ne vo a letto, col mio fardello sgradito di tristezza, ubriachezza (quella sensazione di cui si parlò, della testa piena di molliche di pane, quella, sì) e vigliacchiera mascherata da bomberismo (se avessi voluto entrare in chiesa l’avrei fatto: mica vero, mica ce la facevo, non ce l’ho fatta).
Me ne vo a letto, perché quel che avevo da dirti, cara TdC ,te l’ho detto e perché domani, come dice il poeta, sarà un giorno lungo e senza parole, perché domani sarà un giorno incerto, di nuvole e sole. Ma te sai tuttora una sega di De Andrè. O forse sapevi e sai altro, molto di più. Ma non abbastanza da meritarti ch’io faccia il tuo nome qui dentro: tanto lo sai che parlo di te, sei meno demente di quanto c’hai fatto credere.

Bella.

Se saprai mantenere la testa quando tutti intorno a te
la perdono, e te ne fanno colpa.
Se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano,
tenendo però considerazione anche del loro dubbio.
Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
O essendo calunniato, non rispondere con calunnia,
O essendo odiato, non dare spazio all’odio,
Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo saggio;

Se saprai sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;
Se saprai pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,
Se saprai confrontarti con Trionfo e Rovina
E trattare allo stesso modo questi due impostori.
Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai detto
Distorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi,
O a guardare le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
E piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi.

Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune
E rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,
E perdere, e ricominciare di nuovo dal principio
senza mai far parola della tua perdita.
Se saprai serrare il tuo cuore, tendini e nervi
nel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tenere duro quando in te non c’è più nulla
Se non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”

Se saprai parlare alle folle senza perdere la tua virtù,
O passeggiare con i Re, rimanendo te stesso,
Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,
Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.
Se saprai riempire ogni inesorabile minuto
Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi,
Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,
E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio!

e comunque te >  Kipling, ça va sans dire.

 

 

 

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La nostra opinione sul progetto ‘Incontrada’

Pietraserena

pietraserena1Stamani abbiamo conosciuto nei dettagli il progetto “InContrada”, ovvero il Viaggio nei territori delle Contrade di Siena, elaborato dal Comune di Siena e dal Magistrato delle Contrade.

Diciamo subito che alcuni dubbi che avevamo sul progetto sono stati in gran parte dissipati dalla presentazione fatta dal Rettore del Magistrato delle Contrade Fabio Pacciani e dalla Presidente del Consorzio Nicoletta Fabio. Vista la nostra stima e il nostro rispetto per queste persone e per i consessi che rappresentano insieme agli altri Priori, non dubitavamo sul fatto che fosse garantito il rispetto delle Contrade, dei loro patrimoni e del loro prestigio. Crediamo che questi Dirigenti, per il ruolo loro assegnato da regolari elezioni, abbiano i necessari requisiti per elaborare iniziative a favore delle Contrade; chi dubita di ciò deve avere argomenti o motivazioni del tutto inequivocabili, da porre in maniera trasparente. Altre cose fumose, strumentali e non documentate non crediamo interessino a…

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12 MAGGIO 1977, IL GIORNO CHE GIORGIANA MORI’ – di Jacopo Rossi

L’articolo intero è disponibile sul blog http://wunderbarsi.wordpress.com

Wunderbar - Siena

E poi primavera, e qualcosa cambiò
Qualcuno moriva, e sul ponte lasciò
Lasciò i suoi vent’anni e qualcosa di più…
(Stefano Rosso, Bologna ’77)
 

poliziotto borghese

Gli anni

Sosteneva Cossiga che nei turbolenti anni Settanta italiani i figli della borghesia romana uccidessero fin troppo spesso i figli dei contadini meridionali. L’anno nero fu il 1977, che già, in tema di costume, non era iniziato troppo bene. La Rai chiudeva Carosello e le famiglie italiane perdevano un riferimento temporale non da poco. Si smise, dunque, d’andare a letto dopo gli spot in rima, dopo le disavventure di Cimabue e le imprese del Gringo, dopo le ammissioni di colpa del calvo ispettore Rock e le canzoni spensierate di Miguel.

Forse è per questo che il fatidico Settantasette durò moltissimo, forse troppo. Iniziò con lo scoppio di una bomba al congresso romano del Movimento Sociale, finì con le tre pistolettate che…

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STORIA DI VANUNU, SEQUESTRATO, INCARCERATO E MAI PIU’ LIBERATO DAVVERO – di Jacopo Rossi

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van0«Sono l’impiegato, il tecnico,

il meccanico, il guidatore.

Dissero, Fa’ questo, fa’ quello,

non guardare a destra o a sinistra,

non leggere il manuale.

Non guardare tutta la macchina.

Sei responsabile solo per questo bullone.

Per questo timbro.

Solo questo ti interessa.

Non disturbare chi sta sopra di te.

Non provare a pensare per noi.

Vai avanti, guida. Continua.

Avanti, Avanti.»

Qualche riga di una poesia vecchia ventisei anni. La scrisse, poco dopo essere entrato in prigione, Mordechai Vanunu, già John Crossman, prima della conversione. Nome che ai più non dirà molto, nome che agli israeliani, nel 1986, fece tremare i polsi.

Nel settembre di quell’anno, dopo aver perso il lavoro di tecnico qualche mese prima, Vanunu andò a Londra dove, di fronte a uno sbigottito Pete Hounam, rivelò al britannico Sunday Times i particolari del programma nucleare israeliano e delle sue centocinquanta testate, mostrando anche delle fotografie che…

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I morti segreti del Luzhniki

monumento

«Il 20 ottobre 1982, dopo un match giocato alla Grand Sports Arena, mentre gli spettatori uscivano, a causa del movimento della folla c’è stato un incidente. Ci sono stati dei feriti. Le circostanze dell’incidente sono tutt’ora oggetto d’investigazione».  

 

Così, nella sezione delle brevi, il piccolo quotidiano locale Vechernyaya Moskva, descriveva quello che era accaduto il giorno prima al Central Lenin Stadium. Incidente. E feriti. Fu l’unico che dette notizia di ciò che, agli occhi dei lettori, poteva essere al massimo una notiziola. Del resto ai tempi i media russi, parlando della salute dell’anziano, e a tratti agonizzante, Leonid Breznev la definivano “vittima di un semplice raffreddore” Niente di strano dunque nel fatto che ciò che sette anni più tardi sarebbe stata classificata come una delle più grandi tragedie dello sport sovietico, venisse ridotta a semplice notizia o, peggio tacitata.

La strategica disinformacija agisce su radio, televisioni e giornali: la fede nella solidità dell’Unione è e deve restare intatta. Del resto, perdìo, due anni prima quello stadio ha ospitato le Olimpiadi (quelle del grande boicottaggio) e non è certo un campetto di periferia. È anche la casa del glorioso Spartak Mosca di Nikolaj Sarostin (e della nobile decaduta Torpedo Mosca), che quel giorno si trova a giocarsi i sedicesimi di Uefa contro gli olandesi dell’HFC Haarlem.

E poi si sa, in un campionato calcistico fatto di ferrovieri, ufficiali e marinai, la squadra del popolo piace. Si chiama come lo schiavo che capeggiò la sfortunata rivolta contro gli odiati romani, e piace. E attira gente, anche quando ci sono dieci gradi sottozero, che a quelle latitudini del resto son bazzecole. E infatti sono ben 15000 i tifosi allo stadio, di cui cento ospiti, tutti concentrati nelle Tribune Ovest, in minor parte, ed Est, le uniche i cui spalti non sono coperti da letali lastre di ghiaccio, dunque praticabili. Poche emozioni, una rete della mezzapunta di casa, Edgar Gess e negli ultimi minuti un copione già visto: gioco stantio, freddo che morde e pubblico, soprattutto della Est, che lentamente inizia a defluire verso l’uscita, l’unica aperta, pare (non ci sono rapporti ufficiali). La folla è tante e le scale sono strette, troppo strette. Secondo le testimonianze, una giovane donna inciampa e cade, creado un beffardo ed assassino effetto domino. Le scale sono ripide, chi è in cima spinge e non vede, chi è nel mezzo spinge ed incespica, chi è in fondo resta schiacciato dalla calca. Ma il dramma ancora non si è consumato, ed attende la rete di Sergej Shvetsov: il difensore moscovita segna il definitivo 2-0, coloro che sono rimasti sugli spalti esultano, quelli che stavano uscendo dallo stadio si voltano. Pare, di nuovo, che tramite l’unico claustrofobico tunnel accessibile molti cerchino di rientrare nella tribuna, ma la polizia fa muro, di fronte ad una folla che spinge nel senso opposto.

Le scale forse collassano, non si sa. Chi era in campo non si accorge di niente: la milizia, a partita finita, costringe gli atleti ad abbandonare l’impianto. Le ambulanze tardano e molti poliziotti, sembra, senza ordini restano incredibilmente inerti.

Alla fine, anche se fonti non ufficiali parlano di 300 vittime, i morti accertati saranno 66 i, per i due terzi ragazzi nemmeno maggiorenni; 61 i feriti, di cui 21 gravi.

Le salme, non troppo curiosamente, vengono portate in diversi obitori cittadini e seppellite dodici giorni dopo in cimiteri differenti, pare, per evitare la costruzione di un monumento “rivelatore” sul luogo della tragedia. E, negli anni successivi, alla fine di Ottobre nessuno avrebbe giocato al Luzhniki: sembra per lo stato del manto erboso, forse per evitare manifestazioni e pellegrinaggi.

Cala il silenzio, si moltiplicano i “forse” e le voci: i media, come vito tacciono, i funzionari di partito, sembra, tramite falsi certificati di morte “spostano” le vittime in altri posti.

L’indagine c’è, bugiarda e leggera come usa quando qualcosa imbarazza il potere: anni dopo colui che se ne occupa, Aleksandr Shpeyer, in piena glasnost verrà smentito e discusso, ma mai incriminato. Tutti parlano di incidente, fatalità, caso. Anche gli organi d’informazione, pur consci d’essere agli sgoccioli: il trafiletto della Vechernyaya Moskva venne ripreso dall’ANSA e due giorni dopo La Stampa sbatté a sorpresa la tragedia in prima pagina, grazie a fonti tuttora sconosciute. Pur sottovalutando il numero dei morti, molti giornali occidentali ripresero la notizia, scontrandosi però con l’oppressivo silenzio dei colleghi sovietici, che sarebbe durato fino al 1989, quando il Sovetscky Sport citò il disastro di Luzhniki in una lista di tragedie simili. Le autorità, dopo un patetico palleggio di responsabilità e smentite, furono costrette a confermare il numero delle vittime, tutt’oggi altalenante, come il resto della vicenda.

Solo dieci anni dopo, nel 1992, un monumento è stato eretto sul luogo del disastro: tardivo, morboso e non in grado di scusare, perdonare e dimenticare il silenzio di regime sui morti del Luzhniki.

momento partita2 (sullo sofndo tribuna incriminata)

Crescere i cannonieri tra i mortai

stadio sarajevo

Sarajevo città di sangue, Sarajevo città di Dio (quale non si sa), Sarajevo città di primati poco invidiabili. Culla di integrazione multietnica e di regicidi, teatro del più lungo assedio che l’uomo moderno, comunque di memoria corta, ricordi. Quasi quattro anni, che hanno tolto alla città dodicimila voci. Dodicimila. Lo sai quante sono? Prendi il Rastrello, lo pieni bene bene, per una partita di cartello che tanto non vedrà nessuno degli astanti, fai avanzare giusto qualche posto, magari nelle ultime file (in tribuna stampa no, ché ne son morti anche lì, di giornalisti). Ecco. Sono tutti a sedere? Spara. Oltre Adriatico c’han messo quattro anni a svuotare il Rastrello con le armi.

Eppure prima  Sarajevo era un buon posto per vivere e c’era spazio per lo sport, per il pallone. Ci fecero anche le Olimpiadi. Prima. Ora sono macerie dimenticate e buone solo per i fotografi, dalle rampe per il salto con gli sci ai campi da calcio.

Proprio quei campi, qualche anno prima delle fucilate, li calcava un certo Predrag Pasic. Centrocampista, come si dice, di belle speranze, segaligno ma dall’espressione allegra, buona visione di gioco, ottimo ciuffo ribelle. Nel 1985 lasciò l’FK Sarajevo (dove oggi milita Mato Jajalo, tra gli altri) per la promettente Germania (quella a sinistra, ma di destra moderata) per lo Stoccarda. Non sfigurò, ma si trattò poco più di uno sfizio, visto che tre anni dopo rincasò, trovando la sua Sarajevo come l’aveva lasciata. Per poco.

Ci sarebbero voluti solo quattro anni ancora, poi avresti smesso di salutare il tuo vicino di casa ebreo, il giornalaio musulmano, quell’altro là, il tuo dottore, un po’ troppo jugoslavo, e via di seguito. Anche perché non conveniva uscire di casa, tra mortai e cecchini appostati ovunque.

Se dovevi uscire, meglio farlo per bene, e scappare davvero. Non come Predrag. Lui restò. Era casa sua. E come un inquilino ribelle, cercò di migliorarla. Tanto doveva solo viverci.

Una cosa sapeva fare. Ci pensò su, non troppo, credo. Si avviò a una stazione radio, una delle poche ancora in funzione. Scansò cadaveri e macerie lungo la via. Entrò in ciò che restava del palazzo e, dopo qualche sorriso forzato prese il microfono. Annunciò che avrebbe aperto una scuola calcio. Lì, in mezzo ai bombardamenti, agli stupri, alle esecuzioni, ai massacri.

Se ne andò a letto felice. Ci aveva provato. Il giorno dopo, di buon ora, era già alla palestra. Circondato da trecento bambini, che volevano solo dare un calcio a qualcosa senza la paura di perdere un piede. «I bambini non capivano il perché di quell’orrore» avrebbe detto anni dopo.

Ma era dura arrivare alla Scuola calcio Bubamara e soprattutto farne parte. I tiratori scelti sparavano da dietro i vetri rotti delle finestre. I politici della zona sparavano a voce e per scritto, ed era pure peggio. Che senso aveva che musulmani, cristiani, ortodossi ed ebrei giocassero a pallone insieme? Dunque la guerra era una farsa? Eppure spaccava amicizie e legami.

Predrag stesso, prima della guerra, era molto amico dello psicologo dell’FK. Ci restò male quando il suo strizzacervelli preferito decise di entrare in politica, peggio ancora quando lo sentì parlare in pubblico per la prima volta. Forse si è ripreso solo nel 2008, quando il suo ex amico Radovan Karadzic è stato arrestato dopo tredici anni di latitanza. L’accusa, terribile, è di genocidio e crimini contro l’umanità. Avrà scosso il capo e preso la borsa, per non far tardi agli allenamenti. Già perché nonostante la guerra, la pulizia etnica, l’odio represso troppo in fretta, le manovre dei politici e il disprezzo dei concittadini, la Scuola Bubamara è viva, e lotta insieme ai bambini di Sarajevo, ancora oggi, ventidue anni dalla sua fondazione. Ancora oggi Predrag si alza presto, scende in strada e va a insegnare ai bambini come si gioca a calcio, come si resta umani quando questa sembra un’idea talmente folle da risultare l’unica giusta.

Predrag, cittadino di Sarajevo, che per sua stessa ammissione non avrebbe mai potuto abbandonare la sua casa, la sua gente, i suoi tifosi: «Non avevo alcuna ragione abbastanza valida per partire durante la guerra: quindi sono restato con la mia famiglia».

pasic

Il miglior calciatore che non avete mai visto: Robin Friday

In tutti i paesi, medi o piccoli che siano, in tutti i baretti di quartiere, quelli con le losanghine di legno e l’impronta del telefono a gettoni sul muro del retro, esistono certi personaggi. Probabilmente è la stessa ditta che ti rifornisce del bere. Porta birre, succhi, coche, tramezzini e personaggi. Ma lui è più di un personaggio. È quello che era una giovane e fulgida promessa del pallone. Che se l’allenatore era meno stronzo. Che se andava a quel provino. Che se quell’avversario non lo falciava. Che se non si rompeva i legamenti. Lo vedevi. Oh, se lo vedevi. Diventava un campione, altroché. Ma cosa ne sai, non mi far parlare. Anzi, pagami un bianco, “Mario, mi fai un altro bianco col Campari?”. Ecco, loro. Che non mentono: ci credono davvero. Sono i più grandi calciatori che non avete mai visto. Ci sono in tutto il mondo. Ma il più famoso era, e resterà, inglese. Si tratta Robin Friday, classe ’52, di Acton, idolo tanto effimero quanto indimenticabile per chi l’ha visto e osannato.

Gli hanno dedicato canzoni su canzoni tra cui la più esplicita, che meglio lo rappresenta, è sicuramente The Man don’t give a fuck: l’uomo se ne frega. Delle regole, del talento, degli avversari, del futuro, delle conseguenze, soprattutto. Rubava. Un po’ di droga, poca, almeno agli inizi. Di buono c’è che sapeva giovare: a quattordici anni finisce nelle giovanili del Chelsea, dopo aver giocato con quelle del Crystal Palace e del QPR. Peccato che due anni dopo è in galera per il furto di un  autoradio. E numerosi precedenti. Eppure veniva dalla sana middle class inglese, né ricca né povera, suo fratello era anche bravo a scuola. Lui no. Mentre è in carcere, grazie ad un permesso premio, si allena con il Reading. Esce dal carcere e inizia a giocare sul serio. Walthamston Avenue, prima tappa: prende poco, ma segna molto. E lo compra l’Hayes, altro livello, al quale aveva appena rifilato una doppietta. Firma con loro dopo pochi giorni: «Mi avete comprato perché vi ho spaccato il culo» dice con la penna in mano.

Si calmò, sempre ignorando però reazioni e conseguenze. Si sposò una nera, Maxine, a diciassette anni. I parenti si odiavano a vicenda, gli amici lo isolarono, i vicini lo stesso: ma, bontà di Dio, ti vai a sposare una negra? E ci fai una figlia? Nel 1969? Cos’hai nella testa? Niente.

Prima di un fischio di inizio non lo trovano. Non è né in campo né negli spogliatoi, eppure è titolare. Lo ripescano in un pub, ubriaco fradicio. Lo trascinano in campo, nemmeno si muove. Eppure, tra i fischi del pubblico e lo scherno degli avversari che lo ignorano beatamente, segna. Il gol della vittoria. E lasciatelo bere allora, no?

Torna a Reading. E diventa la bandiera che i royals non hanno mai avuto, tanto da essere eletto loro calciatore del millennio. In allenamento picchia e infortuna i compagni, chiede ai dirigenti dove comprare roba buona. Però segna. Dopo l’ennesima rete, esulta sotto il settore dei suoi. Strappa la birra ad un tifoso in prima fila e festeggia scolandosela. Dal fondo del bicchiere vede il cartellino rosso dell’arbitro. Goodbye Robin. Ma fuori dal campo non dimostra maggior acume. Scatena una rissa al pranzo del suo secondo matrimonio. Conseguenze? Il Reading, esasperato, lo cede al Cardiff. Robin si presenta con una multa perché ha viaggiato in treno senza biglietto e una doppietta al Fulham di Bobby Moore, al quale strizza veemente i testicoli durante un corner. Una domenica esulta baciando un poliziotto: «L’avevo visto triste, ma non lo rifarei: li odio». Contro il Luton mette il segnalibro alla storia della sua vita: si becca per tutto il tempo col portiere avversario, lo colpisce con una pedata e quello rifiuta le sue scuse. Addio. L’azione dopo prende palla, dribbla il mondo e lo mette a sedere. Si gira, sorride e segna a porta vuota. Torna a centrocampo mostrandogli la V con le dita, l’albionico dito medio.

Qualche tempo dopo è il turno di un difensore del Brighton, Lawreson. Lo marca stretto, troppo. Robin si fa buttar fuori per un calcio, meglio, una sforbiciata al volto del suddetto, a palla lontana. Una volta negli spogliatoi, si dirige verso quello dei Seagulls e, gentilmente, defeca nella borsa del suo marcatore: souvenir de Cardiff. Che lo caccia, dice basta. E basta lo dice anche lui. Senza aver mai visto la Premier, nonostante la droga, l’alcool, le espulsioni, gli infortuni (giocava senza parastinchi, quel duro), Robin ha segnato quasi sessanta reti in centoquaranta partite. In mille vanno a pregarlo, senza oro, incenso o mirra, ma con le sterline sonanti. Tra tutti Busby e Clough, non proprio gli ultimi della panchina in Inghilterra. No.

Robin non ha più voglia. A soli 25 anni, dopo tre di carriera, si ritira dal suo mondo, da uno dei suoi mondi, e si getta a capofitto negli altri. Torna a fare l’asfaltatore come sei anni prima. Divorzia nuovamente. Si fida solo del bicchiere e della droga. Si risposa e divorzia ancora. Entra ed esce dal carcere. Una volta si traveste da poliziotto per sequestrare della droga e usarla. Manca poco.

Viene trovato morto il 22 dicembre del 1990. Overdose, pare. O più semplicemente, a 38 anni, la vita si era stancata di lui. O viceversa, che è più facile.

 

robin friday

 

(originariamente pubblicato su Il Fedelissimo del 29 marzo 2014)