La nostra opinione sul progetto ‘Incontrada’

Pietraserena

pietraserena1Stamani abbiamo conosciuto nei dettagli il progetto “InContrada”, ovvero il Viaggio nei territori delle Contrade di Siena, elaborato dal Comune di Siena e dal Magistrato delle Contrade.

Diciamo subito che alcuni dubbi che avevamo sul progetto sono stati in gran parte dissipati dalla presentazione fatta dal Rettore del Magistrato delle Contrade Fabio Pacciani e dalla Presidente del Consorzio Nicoletta Fabio. Vista la nostra stima e il nostro rispetto per queste persone e per i consessi che rappresentano insieme agli altri Priori, non dubitavamo sul fatto che fosse garantito il rispetto delle Contrade, dei loro patrimoni e del loro prestigio. Crediamo che questi Dirigenti, per il ruolo loro assegnato da regolari elezioni, abbiano i necessari requisiti per elaborare iniziative a favore delle Contrade; chi dubita di ciò deve avere argomenti o motivazioni del tutto inequivocabili, da porre in maniera trasparente. Altre cose fumose, strumentali e non documentate non crediamo interessino a…

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12 MAGGIO 1977, IL GIORNO CHE GIORGIANA MORI’ – di Jacopo Rossi

L’articolo intero è disponibile sul blog http://wunderbarsi.wordpress.com

Wunderbar - Siena

E poi primavera, e qualcosa cambiò
Qualcuno moriva, e sul ponte lasciò
Lasciò i suoi vent’anni e qualcosa di più…
(Stefano Rosso, Bologna ’77)
 

poliziotto borghese

Gli anni

Sosteneva Cossiga che nei turbolenti anni Settanta italiani i figli della borghesia romana uccidessero fin troppo spesso i figli dei contadini meridionali. L’anno nero fu il 1977, che già, in tema di costume, non era iniziato troppo bene. La Rai chiudeva Carosello e le famiglie italiane perdevano un riferimento temporale non da poco. Si smise, dunque, d’andare a letto dopo gli spot in rima, dopo le disavventure di Cimabue e le imprese del Gringo, dopo le ammissioni di colpa del calvo ispettore Rock e le canzoni spensierate di Miguel.

Forse è per questo che il fatidico Settantasette durò moltissimo, forse troppo. Iniziò con lo scoppio di una bomba al congresso romano del Movimento Sociale, finì con le tre pistolettate che…

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STORIA DI VANUNU, SEQUESTRATO, INCARCERATO E MAI PIU’ LIBERATO DAVVERO – di Jacopo Rossi

Wunderbar - Siena

van0«Sono l’impiegato, il tecnico,

il meccanico, il guidatore.

Dissero, Fa’ questo, fa’ quello,

non guardare a destra o a sinistra,

non leggere il manuale.

Non guardare tutta la macchina.

Sei responsabile solo per questo bullone.

Per questo timbro.

Solo questo ti interessa.

Non disturbare chi sta sopra di te.

Non provare a pensare per noi.

Vai avanti, guida. Continua.

Avanti, Avanti.»

Qualche riga di una poesia vecchia ventisei anni. La scrisse, poco dopo essere entrato in prigione, Mordechai Vanunu, già John Crossman, prima della conversione. Nome che ai più non dirà molto, nome che agli israeliani, nel 1986, fece tremare i polsi.

Nel settembre di quell’anno, dopo aver perso il lavoro di tecnico qualche mese prima, Vanunu andò a Londra dove, di fronte a uno sbigottito Pete Hounam, rivelò al britannico Sunday Times i particolari del programma nucleare israeliano e delle sue centocinquanta testate, mostrando anche delle fotografie che…

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I morti segreti del Luzhniki

monumento

«Il 20 ottobre 1982, dopo un match giocato alla Grand Sports Arena, mentre gli spettatori uscivano, a causa del movimento della folla c’è stato un incidente. Ci sono stati dei feriti. Le circostanze dell’incidente sono tutt’ora oggetto d’investigazione».  

 

Così, nella sezione delle brevi, il piccolo quotidiano locale Vechernyaya Moskva, descriveva quello che era accaduto il giorno prima al Central Lenin Stadium. Incidente. E feriti. Fu l’unico che dette notizia di ciò che, agli occhi dei lettori, poteva essere al massimo una notiziola. Del resto ai tempi i media russi, parlando della salute dell’anziano, e a tratti agonizzante, Leonid Breznev la definivano “vittima di un semplice raffreddore” Niente di strano dunque nel fatto che ciò che sette anni più tardi sarebbe stata classificata come una delle più grandi tragedie dello sport sovietico, venisse ridotta a semplice notizia o, peggio tacitata.

La strategica disinformacija agisce su radio, televisioni e giornali: la fede nella solidità dell’Unione è e deve restare intatta. Del resto, perdìo, due anni prima quello stadio ha ospitato le Olimpiadi (quelle del grande boicottaggio) e non è certo un campetto di periferia. È anche la casa del glorioso Spartak Mosca di Nikolaj Sarostin (e della nobile decaduta Torpedo Mosca), che quel giorno si trova a giocarsi i sedicesimi di Uefa contro gli olandesi dell’HFC Haarlem.

E poi si sa, in un campionato calcistico fatto di ferrovieri, ufficiali e marinai, la squadra del popolo piace. Si chiama come lo schiavo che capeggiò la sfortunata rivolta contro gli odiati romani, e piace. E attira gente, anche quando ci sono dieci gradi sottozero, che a quelle latitudini del resto son bazzecole. E infatti sono ben 15000 i tifosi allo stadio, di cui cento ospiti, tutti concentrati nelle Tribune Ovest, in minor parte, ed Est, le uniche i cui spalti non sono coperti da letali lastre di ghiaccio, dunque praticabili. Poche emozioni, una rete della mezzapunta di casa, Edgar Gess e negli ultimi minuti un copione già visto: gioco stantio, freddo che morde e pubblico, soprattutto della Est, che lentamente inizia a defluire verso l’uscita, l’unica aperta, pare (non ci sono rapporti ufficiali). La folla è tante e le scale sono strette, troppo strette. Secondo le testimonianze, una giovane donna inciampa e cade, creado un beffardo ed assassino effetto domino. Le scale sono ripide, chi è in cima spinge e non vede, chi è nel mezzo spinge ed incespica, chi è in fondo resta schiacciato dalla calca. Ma il dramma ancora non si è consumato, ed attende la rete di Sergej Shvetsov: il difensore moscovita segna il definitivo 2-0, coloro che sono rimasti sugli spalti esultano, quelli che stavano uscendo dallo stadio si voltano. Pare, di nuovo, che tramite l’unico claustrofobico tunnel accessibile molti cerchino di rientrare nella tribuna, ma la polizia fa muro, di fronte ad una folla che spinge nel senso opposto.

Le scale forse collassano, non si sa. Chi era in campo non si accorge di niente: la milizia, a partita finita, costringe gli atleti ad abbandonare l’impianto. Le ambulanze tardano e molti poliziotti, sembra, senza ordini restano incredibilmente inerti.

Alla fine, anche se fonti non ufficiali parlano di 300 vittime, i morti accertati saranno 66 i, per i due terzi ragazzi nemmeno maggiorenni; 61 i feriti, di cui 21 gravi.

Le salme, non troppo curiosamente, vengono portate in diversi obitori cittadini e seppellite dodici giorni dopo in cimiteri differenti, pare, per evitare la costruzione di un monumento “rivelatore” sul luogo della tragedia. E, negli anni successivi, alla fine di Ottobre nessuno avrebbe giocato al Luzhniki: sembra per lo stato del manto erboso, forse per evitare manifestazioni e pellegrinaggi.

Cala il silenzio, si moltiplicano i “forse” e le voci: i media, come vito tacciono, i funzionari di partito, sembra, tramite falsi certificati di morte “spostano” le vittime in altri posti.

L’indagine c’è, bugiarda e leggera come usa quando qualcosa imbarazza il potere: anni dopo colui che se ne occupa, Aleksandr Shpeyer, in piena glasnost verrà smentito e discusso, ma mai incriminato. Tutti parlano di incidente, fatalità, caso. Anche gli organi d’informazione, pur consci d’essere agli sgoccioli: il trafiletto della Vechernyaya Moskva venne ripreso dall’ANSA e due giorni dopo La Stampa sbatté a sorpresa la tragedia in prima pagina, grazie a fonti tuttora sconosciute. Pur sottovalutando il numero dei morti, molti giornali occidentali ripresero la notizia, scontrandosi però con l’oppressivo silenzio dei colleghi sovietici, che sarebbe durato fino al 1989, quando il Sovetscky Sport citò il disastro di Luzhniki in una lista di tragedie simili. Le autorità, dopo un patetico palleggio di responsabilità e smentite, furono costrette a confermare il numero delle vittime, tutt’oggi altalenante, come il resto della vicenda.

Solo dieci anni dopo, nel 1992, un monumento è stato eretto sul luogo del disastro: tardivo, morboso e non in grado di scusare, perdonare e dimenticare il silenzio di regime sui morti del Luzhniki.

momento partita2 (sullo sofndo tribuna incriminata)

Crescere i cannonieri tra i mortai

stadio sarajevo

Sarajevo città di sangue, Sarajevo città di Dio (quale non si sa), Sarajevo città di primati poco invidiabili. Culla di integrazione multietnica e di regicidi, teatro del più lungo assedio che l’uomo moderno, comunque di memoria corta, ricordi. Quasi quattro anni, che hanno tolto alla città dodicimila voci. Dodicimila. Lo sai quante sono? Prendi il Rastrello, lo pieni bene bene, per una partita di cartello che tanto non vedrà nessuno degli astanti, fai avanzare giusto qualche posto, magari nelle ultime file (in tribuna stampa no, ché ne son morti anche lì, di giornalisti). Ecco. Sono tutti a sedere? Spara. Oltre Adriatico c’han messo quattro anni a svuotare il Rastrello con le armi.

Eppure prima  Sarajevo era un buon posto per vivere e c’era spazio per lo sport, per il pallone. Ci fecero anche le Olimpiadi. Prima. Ora sono macerie dimenticate e buone solo per i fotografi, dalle rampe per il salto con gli sci ai campi da calcio.

Proprio quei campi, qualche anno prima delle fucilate, li calcava un certo Predrag Pasic. Centrocampista, come si dice, di belle speranze, segaligno ma dall’espressione allegra, buona visione di gioco, ottimo ciuffo ribelle. Nel 1985 lasciò l’FK Sarajevo (dove oggi milita Mato Jajalo, tra gli altri) per la promettente Germania (quella a sinistra, ma di destra moderata) per lo Stoccarda. Non sfigurò, ma si trattò poco più di uno sfizio, visto che tre anni dopo rincasò, trovando la sua Sarajevo come l’aveva lasciata. Per poco.

Ci sarebbero voluti solo quattro anni ancora, poi avresti smesso di salutare il tuo vicino di casa ebreo, il giornalaio musulmano, quell’altro là, il tuo dottore, un po’ troppo jugoslavo, e via di seguito. Anche perché non conveniva uscire di casa, tra mortai e cecchini appostati ovunque.

Se dovevi uscire, meglio farlo per bene, e scappare davvero. Non come Predrag. Lui restò. Era casa sua. E come un inquilino ribelle, cercò di migliorarla. Tanto doveva solo viverci.

Una cosa sapeva fare. Ci pensò su, non troppo, credo. Si avviò a una stazione radio, una delle poche ancora in funzione. Scansò cadaveri e macerie lungo la via. Entrò in ciò che restava del palazzo e, dopo qualche sorriso forzato prese il microfono. Annunciò che avrebbe aperto una scuola calcio. Lì, in mezzo ai bombardamenti, agli stupri, alle esecuzioni, ai massacri.

Se ne andò a letto felice. Ci aveva provato. Il giorno dopo, di buon ora, era già alla palestra. Circondato da trecento bambini, che volevano solo dare un calcio a qualcosa senza la paura di perdere un piede. «I bambini non capivano il perché di quell’orrore» avrebbe detto anni dopo.

Ma era dura arrivare alla Scuola calcio Bubamara e soprattutto farne parte. I tiratori scelti sparavano da dietro i vetri rotti delle finestre. I politici della zona sparavano a voce e per scritto, ed era pure peggio. Che senso aveva che musulmani, cristiani, ortodossi ed ebrei giocassero a pallone insieme? Dunque la guerra era una farsa? Eppure spaccava amicizie e legami.

Predrag stesso, prima della guerra, era molto amico dello psicologo dell’FK. Ci restò male quando il suo strizzacervelli preferito decise di entrare in politica, peggio ancora quando lo sentì parlare in pubblico per la prima volta. Forse si è ripreso solo nel 2008, quando il suo ex amico Radovan Karadzic è stato arrestato dopo tredici anni di latitanza. L’accusa, terribile, è di genocidio e crimini contro l’umanità. Avrà scosso il capo e preso la borsa, per non far tardi agli allenamenti. Già perché nonostante la guerra, la pulizia etnica, l’odio represso troppo in fretta, le manovre dei politici e il disprezzo dei concittadini, la Scuola Bubamara è viva, e lotta insieme ai bambini di Sarajevo, ancora oggi, ventidue anni dalla sua fondazione. Ancora oggi Predrag si alza presto, scende in strada e va a insegnare ai bambini come si gioca a calcio, come si resta umani quando questa sembra un’idea talmente folle da risultare l’unica giusta.

Predrag, cittadino di Sarajevo, che per sua stessa ammissione non avrebbe mai potuto abbandonare la sua casa, la sua gente, i suoi tifosi: «Non avevo alcuna ragione abbastanza valida per partire durante la guerra: quindi sono restato con la mia famiglia».

pasic

Il miglior calciatore che non avete mai visto: Robin Friday

In tutti i paesi, medi o piccoli che siano, in tutti i baretti di quartiere, quelli con le losanghine di legno e l’impronta del telefono a gettoni sul muro del retro, esistono certi personaggi. Probabilmente è la stessa ditta che ti rifornisce del bere. Porta birre, succhi, coche, tramezzini e personaggi. Ma lui è più di un personaggio. È quello che era una giovane e fulgida promessa del pallone. Che se l’allenatore era meno stronzo. Che se andava a quel provino. Che se quell’avversario non lo falciava. Che se non si rompeva i legamenti. Lo vedevi. Oh, se lo vedevi. Diventava un campione, altroché. Ma cosa ne sai, non mi far parlare. Anzi, pagami un bianco, “Mario, mi fai un altro bianco col Campari?”. Ecco, loro. Che non mentono: ci credono davvero. Sono i più grandi calciatori che non avete mai visto. Ci sono in tutto il mondo. Ma il più famoso era, e resterà, inglese. Si tratta Robin Friday, classe ’52, di Acton, idolo tanto effimero quanto indimenticabile per chi l’ha visto e osannato.

Gli hanno dedicato canzoni su canzoni tra cui la più esplicita, che meglio lo rappresenta, è sicuramente The Man don’t give a fuck: l’uomo se ne frega. Delle regole, del talento, degli avversari, del futuro, delle conseguenze, soprattutto. Rubava. Un po’ di droga, poca, almeno agli inizi. Di buono c’è che sapeva giovare: a quattordici anni finisce nelle giovanili del Chelsea, dopo aver giocato con quelle del Crystal Palace e del QPR. Peccato che due anni dopo è in galera per il furto di un  autoradio. E numerosi precedenti. Eppure veniva dalla sana middle class inglese, né ricca né povera, suo fratello era anche bravo a scuola. Lui no. Mentre è in carcere, grazie ad un permesso premio, si allena con il Reading. Esce dal carcere e inizia a giocare sul serio. Walthamston Avenue, prima tappa: prende poco, ma segna molto. E lo compra l’Hayes, altro livello, al quale aveva appena rifilato una doppietta. Firma con loro dopo pochi giorni: «Mi avete comprato perché vi ho spaccato il culo» dice con la penna in mano.

Si calmò, sempre ignorando però reazioni e conseguenze. Si sposò una nera, Maxine, a diciassette anni. I parenti si odiavano a vicenda, gli amici lo isolarono, i vicini lo stesso: ma, bontà di Dio, ti vai a sposare una negra? E ci fai una figlia? Nel 1969? Cos’hai nella testa? Niente.

Prima di un fischio di inizio non lo trovano. Non è né in campo né negli spogliatoi, eppure è titolare. Lo ripescano in un pub, ubriaco fradicio. Lo trascinano in campo, nemmeno si muove. Eppure, tra i fischi del pubblico e lo scherno degli avversari che lo ignorano beatamente, segna. Il gol della vittoria. E lasciatelo bere allora, no?

Torna a Reading. E diventa la bandiera che i royals non hanno mai avuto, tanto da essere eletto loro calciatore del millennio. In allenamento picchia e infortuna i compagni, chiede ai dirigenti dove comprare roba buona. Però segna. Dopo l’ennesima rete, esulta sotto il settore dei suoi. Strappa la birra ad un tifoso in prima fila e festeggia scolandosela. Dal fondo del bicchiere vede il cartellino rosso dell’arbitro. Goodbye Robin. Ma fuori dal campo non dimostra maggior acume. Scatena una rissa al pranzo del suo secondo matrimonio. Conseguenze? Il Reading, esasperato, lo cede al Cardiff. Robin si presenta con una multa perché ha viaggiato in treno senza biglietto e una doppietta al Fulham di Bobby Moore, al quale strizza veemente i testicoli durante un corner. Una domenica esulta baciando un poliziotto: «L’avevo visto triste, ma non lo rifarei: li odio». Contro il Luton mette il segnalibro alla storia della sua vita: si becca per tutto il tempo col portiere avversario, lo colpisce con una pedata e quello rifiuta le sue scuse. Addio. L’azione dopo prende palla, dribbla il mondo e lo mette a sedere. Si gira, sorride e segna a porta vuota. Torna a centrocampo mostrandogli la V con le dita, l’albionico dito medio.

Qualche tempo dopo è il turno di un difensore del Brighton, Lawreson. Lo marca stretto, troppo. Robin si fa buttar fuori per un calcio, meglio, una sforbiciata al volto del suddetto, a palla lontana. Una volta negli spogliatoi, si dirige verso quello dei Seagulls e, gentilmente, defeca nella borsa del suo marcatore: souvenir de Cardiff. Che lo caccia, dice basta. E basta lo dice anche lui. Senza aver mai visto la Premier, nonostante la droga, l’alcool, le espulsioni, gli infortuni (giocava senza parastinchi, quel duro), Robin ha segnato quasi sessanta reti in centoquaranta partite. In mille vanno a pregarlo, senza oro, incenso o mirra, ma con le sterline sonanti. Tra tutti Busby e Clough, non proprio gli ultimi della panchina in Inghilterra. No.

Robin non ha più voglia. A soli 25 anni, dopo tre di carriera, si ritira dal suo mondo, da uno dei suoi mondi, e si getta a capofitto negli altri. Torna a fare l’asfaltatore come sei anni prima. Divorzia nuovamente. Si fida solo del bicchiere e della droga. Si risposa e divorzia ancora. Entra ed esce dal carcere. Una volta si traveste da poliziotto per sequestrare della droga e usarla. Manca poco.

Viene trovato morto il 22 dicembre del 1990. Overdose, pare. O più semplicemente, a 38 anni, la vita si era stancata di lui. O viceversa, che è più facile.

 

robin friday

 

(originariamente pubblicato su Il Fedelissimo del 29 marzo 2014)

El Rey y Don Augusto

Carlos, adesso, è un ragazzo (di 64 anni) tranquillo. La mattina, come direbbe Fabrizio, legge molti giornali e, con ogni probabilità, è convinto di avere delle idee. E le ha, da sempre. Adesso assomiglia un po’ al Necchi, quando manda le rose alla Carmen, per fare il geloso e scappare con l’amante più giovane di nascosto (dove vanno i becchi? A ‘mbriacassi!).

A vederlo oggi, imbiancato ed ingrassati, sembra più, appunto, un barista vecchio stampo che El Rey del Metro Cuadrado, El Gerente, attaccante piccolo e mortifero davanti alla porta.

Ma non c’è mai stato nessun bancone per questo cileno di nascita ma ungherese di lontane origini. Al massimo il banco, quello sì, degli imputati, dove è stato schiaffato con untuosa perfidia dalla redazione plenaria dei media cileni, per mano del direttore Pinochet.

Ma andiamo con  ordine, perdìo. Carlos, del fu René ferroviere, debuttò nella massima serie nazionale con il Colo Colo, nel 1967. Frequenta i movimenti politici del suo liceo, socialisti, ne abbraccia credo ed ideali senza esitazione. Quella l’avrà più tardi. Ha solo ventitré anni quando  il suo grande amico Salvador stravince le politiche e promette al Paese un futuro radioso. Lui non si tira indietro: è capocannoniere della Copa Libertadores e appoggia apertamente, e attivamente, la coalizione.

I sogni di Salvador, vissuto da uomo e morto da uomo, e dei suoi crollano l’11 settembre dello stesso anno, insieme alla Moneda, sotto le bombe dell’esercito. Con un fucile in mano o alla tempia, assassinato o suicida: comunque morto, el presidente non vedrà più l’amico Carlos, passato in estate al Levante. Anche nella Spagna franchista Carlos non fa mistero delle sue simpatie socialiste. Molti dicono che la sua verve politica gli abbia precluso anche la patinata, e franchistissima, maglia delle  merengues.

Sicuramente, comunque, avrà saputo dopo poco la sorte del suo amico, anche se senza i mezzi odierni la  notizia sarà arrivata tardi, dopo aver passato a  fatica la cappa di piombo del regime.

Nel frattempo la DINA, la polizia di Pinochet, arresta sua madre, Olga Garrido, che per settimane viene seviziata e interrogata. “Furono talmente tante le vessazioni e le torture che subii, che non ho voluto raccontarle per rispetto nei confronti dei miei figli e di mio marito” :queste le sue parole, qualche anno dopo. Avrà sicuramente saputo anche questa Carlos, quando vestì nuovamente, lontano da casa, la maglia della nazionale.

Il 26 settembre, due settimane dopo il golpe, se la giocò con i suoi a Mosca, contro l’Unione Sovietica di Kurthsilava e Blochin. Pareggiarono 0 a 0, tra l’esaltazione dei generali e dei loro mastini, mentre i cileni continuavano a morire, segregati nei corridoi dell’Estadio Nacional.

Se ne accorsero i russi che, un  po’ per orgoglio, un po’ per paura (“Non volevamo farlo perché c’era Pinochet al governo. Per noi era pericoloso viaggiare in Cile e portammo le nostre preoccupazioni dinanzi alla federazione calcistica”) chiedono alla FIFA di verificare l’agibilità dell’Estadio Nacional. E la FIFA obbedisce, com’è da sempre nel suo stile, a entrambi i contendenti. Manda due osservatori in Cile, Atilio D’Alméida e Helmut Kaeser, seguendo le direttive del Cremlino. E soddisfece anche le mirabolanti aspettative di Pinochet: “si può giocare” affermarono gli ispettori, mentre negli spogliatoi i soldati puntavano i mitra alle tempie dei detenuti. I russi decisero comunque di ritirarsi, consegnando la vittoria a tavolino alla Roja di Luis Alamòs.

Il 21 novembre i giornali già gridavano quindi al trionfo. I militari stiparono sugli spalti quanti più “tifosi” possibili, qualcuno senza nemmeno prendersi l’onere di andare a prenderlo a casa: era già lì. I calciatori, nello spogliatoio, sentivano ancora, dicono, il puzzo acre del sangue e del fumo. Scesero in campo, alle 17, con l’arbitro compiacente (avrebbe potuto altrimenti?) che fischiò l’inizio di fronte a una metà campo deserta.

Qualche tocco imbarazzato di fronte ad un pubblico largamente cooptato, due scambi da allenamento, la palla a Carlos. Si guarda a destra, poi a sinistra: vorrebbe calciarla fuori con un moto d’orgoglio, ma invece la passa al capitano, figlio di operai e socialista come lui, Francisco (Valdez). Lo squallido copione doveva concludersi con la sua marcatura. Sorride per i fotografi e la butta dentro. Al rientro negli spogliatoi, mentre il regime sorride soddisfatto, Valdez vomita dalla vergogna e Carlos si piega, vinto dalla codardia. Non succederà più, a partire da subito.

Pinochet invita tutta la squadra a  palazzo, per complimentarsi e augurare un buon Mondiale (quello, vicino, del 1974). “All’improvviso si aprì una grande porta e apparve Augusto Pinochet, con gli occhiali scuri e l’uniforme, impeccabile”, ricorda Carlos. Loro in fila, per stringere la mano al dittatore. Quand’egli arriva davanti al Rojo, il Rojo ricorda l’amico Salvador, i morti, l’odore della paura, il gol di Francisco, il sangue sugli spalti, il volto emaciato e invecchiato di vent’anni della madre: incrocia le mani dietro la schiena, sfida il potere e il potere cede, passando oltre.

Si ripeterà in tutte le occasioni ufficiali.

I Mondiali, con quel clima, sono da dimenticare: Carlos si fa espellere alla prima partita, con la Germania Ovest, diventando il primo calciatore  a terminare anzitempo un match mondiale. L’ha fatto per ripicca, dicono i giornali, per non giocare contro i suoi compagni della DDR (1-1). Il Cile, dopo un trascurabile pari con l’Australia, esce di scena, e Carlos non vestirà più la maglia della nazionale fino al 1979, quando porterà, praticamente da solo, la squadra in finale.

Nel 1985 lascerà, a 35  anni, il calcio, ma non la lotta alla dittatura. Alle elezioni del 1990, quando il Cile può finalmente scegliere se prolungare il “mandato” di Pinochet nel nome del continuismo, si schiera apertamente per il NO, appare in tv, tiene incontri e comizi. Vince, e con lui i cileni: l’anno dopo, alle urne, Pinochet è irrimediabilmente sconfitto, ma mantiene la guida dell’esercito (per sette anni ancora). Se ne andrà tardi, nel 2006, guardando il Cile dall’alto di una pila di morti, senza un giorno di carcere, vestito d’una speciale benedizione da parte di Giovanni Paolo II. Se ne andrà senza essere mai riuscito, potente ma non abbastanza, a dare la mano al Rey del metro cuadrado Carlos Caszely.

carlos